Nein, Monsieur Cameron!

Nein, Monsieur Cameron!

Stamattina, probabilmente i lettori di questo blog erano davanti alla TV: un diligente cittadino europeo non può infatti che essere a conoscenza del tanto atteso (sia dagli euroenthusiats che dagli euroskeptics) discorso del Primo ministro Britannico David Cameron sul futuro delle relazioni del suo Paese con l’Unione Europea.
In realtà sapevamo come sarebbe andata: da un lato, le delusioni per il partito per la mancanza del referendum sempre promesso dai conservatori. Dall’altro, la delusione degli europeisti per i chiari pericoli posti all’integrita’ e al futuro dell’unione dallo speech di David Cameron.

Nessuno davvero soddisfatto, dunque: la storia delle relazioni del Regno Unito con l’Unione indicava sicuramente (come del resto anche recenti e passate dichiarazioni) un allontanamento netto dal disegno d’integrazione politica. Un discorso politico senza risultato, influenzato, oltre che dalle ali ultra-conservatrici della politica britannica, anche dall’intervento arrivato da Washington (come dimenticare le recenti frasi di Obama, “..strong UK, in a strong EU” o “We welcome an outward-looking EU with Britain in it.”) nonché dagli enormi interessi commerciali e finanziari che il Regno Unito ha sempre avuto nel mercato unico.
Su alcuni punti, però, davvero non possiamo non rispondere. Per chi non ha seguito il discorso, lo potete trovare qui.
Per David Cameron 3 sono le grandi sfide che l’Europa nel suo insieme deve affrontare: i profondi cambiamenti indotti dalle trasformazioni a cui necessariamente vanno incontro i Paesi dell’Eurozona, la crisi di competitività europea e il “gap” che sussiste tra l’Unione Europea ed i suoi cittadini (da notare che Cameron qui parla di cittadini dell’Unione, “its” citizens, ricordatevene più tardi)

1) Eurozona – stranamente, la visione del premier britannico e quella degli europeisti non é poi così distante per quel che riguarda il futuro della moneta unica. Cameron infatti ammette che, attualmente, si sta forgiando il futuro dell’Europa. È piuttosto chiaro che il disegno attuale non funzioni con un’integrazione monetaria paralizzata dall’assenza di governance fiscale ed economica comune. Ed è anche ovvio che poi prometta che la Gran Bretagna non farà mai parte della moneta unica, e quindi non sarà mai soggetta governance dell’EU (così dice lui, noi da bravi euroentusiasti speriamo si stia sbagliando profondamente).

2) Crisi di competitività – in realtà anche qui Cameron ha ragione- in parte. La competitività è sempre stato un problema Europeo sin dall’emersione di nuovi attori sulla scena internazionale. Ed è sempre stata la punta di lancia per giustificare l’azione della Comunità Europea per la creazione del mercato unico, quando l’Italia, così come altri Paesi Europei, vedevano invece la chiave della crescita gli aiuti statali iniettati in enorme industrie poco moderne e inefficienti. E qui si potrebbe discutere a lungo: il gap di produttività tra l’Europa e gli USA, le start up che affiorano in un numero uguale da ambe le parti dell’Atlantico, ma là crescono più velocemente, ecc. Ma il punto è che c’è, e anche da tempo, la consapevolezza che oggi di fronte alle immense capacità di produzione in massa dei Paesi che teme Mr. Cameron, non si può che competere con l’eccellenza, di cui le industrie europee sono perfettamente capaci.

Eccellenza però che deriva solo dall’innovazione. La battaglia di Cameron è questa. E allo stato attuale, difficilmente singole imprese (e non grandi centri industriali) riescono a investire sufficientemente in innovazione. E tuttavia una specificazione é d’obbligo. Molti sostengono in realtà (e lo sostengono da tempo) che la soluzione a questo problema non sia di liberarsi da “irritating” regolamenti “anti-competitivi” che bloccano lo sviluppo nazionale, ma una politica industriale a livello europeo. Una politica industriale che non serva soltanto a fornire soldi là dove vengono chiesti, ma che promuova e coordini reti di imprese e ricerche paneuropee, che faciliti la mobilità nel settore della ricerca e dell’innovazione, che investa in settori chiave, come i trasporti, il digitale ecc. utilizzando, come strumento di sviluppo, anche la competizione tra le imprese. Una soluzione, cioé, sostanzialmente opposta di quella che propone David Cameron.

3) Gap Democratico – E’ vero ciò che afferma Cameron circa la sensazione che le decisioni dell’UE vengano imposte al cittadino, ma non per il bene del cittadino stesso. Ed è vero che c’è un crescente sentimento antieuropeista, sfruttato dall’avanzata delle forze politiche populiste (quale delle 2 determini l’altra, è un fattore da studiare). Tuttavia se guardiamo un po’ di dati (fonte:eurobarometer 78),per comprenderne la magnitudo scopriamo che Cameron ha ragione solo in parte.

andrei graph 1

Guardando l’andamento dell’immagine dell’UE, verrebbe inizialmente da dare ragione al povero David: Si osserva infatti un declino di coloro che vedono l’UE in maniera abbastanza positiva o totalmente positiva, e un aumento di coloro che invece la vedono in maniera abbastanza o molto negativa. Però attenzione: nonostante questo, il livello di fiducia nell’UE europea più alta sia della fiducia che pongono nel loro Governo che nel loro Parlamento:

andrei graph 2

Infatti il declino della fiducia nell’UE potrebbe essere benissimo correlata ad un declino generale della fiducia nella politica e nelle sue istituzioni com’è da attendersi nella congiuntura particolare che stiamo attraversando. (e concedetemi questa piccola soddisfazione, di far notare che nonostante il declino sistematico, tra primavera e autunno 2012, l’unica fiducia che sale è quella nell’Unione Europea )
Guardiamo poi anche altri dati, sempre dello stesso rapporto di eurobarometer.

andrei graph 3

Questa è l’opinione dei cittadini circa la moneta unica, che mostra un andamento piuttosto lineare, con un leggero declino nei mesi peggiori in cui la crisi si è manifestata, ma tuttavia, osserva il rapporto, il dato interessante è la distribuzione dei voti “pro” e “contro”: 66 % dei cittadini dei Paesi dell’Eurozona erano d’accordo, quegli stessi cittadini che hanno visto il peggio di questa crisi, contro un 30 % dei cittadini fuori dalla zona euro.

Ma la sorpresa più grande è questa:

andrei graph 4

l’85 % (con un incremento dell’1% rispetto alla primavera) dei cittadini dell’Unione Europea pensano che come conseguenza della crisi, i Paesi dell’Unione devono lavorare ancora più stretti. E il 53 % pensa che come conseguenza della crisi, l’UE ne uscirà più forte a lungo termine.

E, last but not least, anche da questo grafico possiamo imparare qualcosa.

andrei graph 5

L’Unione Europea è, secondo i suoi cittadini, la più abile entità internazionale nel combattere l’attuale crisi.

Quindi, in conclusione: Nein, Monsieur Cameron!
Non ci piace il tuo ritorno ad un passato nazionalista fatto di organismi intergovernamentali mascherati sotto la sua predilizione per una Unione-network, flessibile e competitiva”.
Non ci sentiamo lontani da un “demos europeo”, soprattutto quando tu stesso ammetti la sua esistenza (ricordate its citizens?) e quando chiedi ai tuoi cittadini un mandato europeo in vista delle prossime elezioni e per il tuo fantomatico quanto populista referendum.
Non accettiamo la tua visione che il deficit democratico si risolva nei parlamenti nazionali, cercando di venderci lo status quo come qualcosa di innovativo ed “eretico”.
The people are not frustrated with the European Union. They are frustrated from a a lack of European Union.O forse, si, forse i cittadini sono frustrati dall’Unione: da un’Unione inefficace e paralizzata dai veti incrociati, dalle assurde pretese dei populisti nazionalisti. Come quelli cui anche lei ha ceduto in questo discorso.

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Comments
2 Responses to “Nein, Monsieur Cameron!”
  1. europecafe ha detto:

    Molto interessante! Condivido la vostra analisi. Ecco la nostra reazione da “Au Café de l’Europe”. Penso che va nella stessa direzione della vostra.
    http://europecafe.wordpress.com/2013/01/24/thespeech-why-david-cameron-is-wrong/

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