Democrazia diretta, democrazia europea e nuove tecnologie

I due articoli di Michele BallerinFederica Martiny  sono tra  i primi articoli (almeno in tempi recenti) di federalisti europei che si incastrano nel dibattito tra democrazia diretta, democrazia rappresentativa e nuove tecnologie.  Questa discussione era inevitabile[1] e deve essere portata avanti con particolare attenzione.

Innanzitutto è bene chiarire che questi due articoli non sono, come si potrebbe pensare ad una prima lettura, così in contrasto, ma sono piuttosto complementari.

Cercheremo qui di seguito di sottolinearne i punti in comune, le differenze e vedremo come alcune argomentazioni siano all’ordine del giorno tra i federalisti da tempo.

Ballerin nel suo articolo pone l’accento soprattutto sul fatto che la domanda di più partecipazione politica tramite forme di democrazia diretta sia legata all’assenza di vuoto di potere a livello europeo e che una volta riempito questo vuoto il problema sarà risolto:

“ L’insofferenza dei cittadini nei confronti della politica è un fenomeno ovvio e inevitabile e scaturisce dal vuoto di potere che caratterizza questa fase della vita pubblica europea.

Con l’espressione “vuoto di potere” non si intende, evidentemente, l’assenza di politici e governanti. Noi siamo pieni di governanti. Gli uomini di potere non ci mancano. L’Italia, per restare in Italia, non è mai stata ricca come oggi di segretari, presidenti e direttori: mi sfugge se le cariche pubbliche siano mai state censite, ma in caso contrario lancio l’idea. Ho il sospetto che la popolazione italiana sia costituita nella stragrande maggioranza da “segretari” e “presidenti”, magari anche solo del circolo di bocciofili. Quello che manca è il potere, il potere effettivo di governare i processi economici e sociali. Per questo il cittadino scalpita e ora si aggrappa all’idea che sia possibile riappropriarsi del suo destino esercitando in prima persona il potere politico. E in questo senso la pretesa suona molto meno assurda: perché se le élites non governano qualcun altro dovrà necessariamente farlo. Neppure la politica, come la natura, tollera il vuoto”.

E ancora:

“Tuttavia, vediamo di non mancare clamorosamente il bersaglio. Se in Europa gli uomini di potere abbondano ma non riescono a esercitare il potere effettivo, è perché oggi quest’ultimo può essere esercitato soltanto su scala europea, mentre i dirigenti sono ancora nazionali. Così si spiega il paradosso. E non sarà certo con un’altra indigestione di “democrazia diretta” che potremo risolverlo. L’impotenza delle classi politiche nazionali durerà finché non si daranno gli strumenti per esercitare il potere europeo. Lo strumento è un governo europeo – che altro? E poiché siamo democratici oltre che liberali, questo governo non lo vogliamo solo effettivamente potente, ma anche sufficientemente rappresentativo”.

Martiny, pur non dimenticando l’importanza della costruzione di uno stato federale europeo, lo ritiene un passaggio necessario, ma non sufficiente per risolvere la crisi delle democrazie nazionali.

“Certamente, quando i partiti europei saranno votati sulla base di programmi realmente europei che saranno poi attuati da un governo federale, ci troveremo in una situazione democraticamente molto migliore di quella attuale, che vede il costante imperare del metodo intergovernativo. Ma la sempre più pressante richiesta di discussione pubblica e di partecipazione politica non sarà davvero soddisfatta”.

E inoltre:

 

“L’Europa oggi ha un disperato bisogno di democrazia. Il primo indispensabile passo deve essere quello di un progetto di revisione dei Trattati europei, prima delle elezioni del Parlamento Europeo del 2014, per definire una nuova architettura delle istituzioni europee che preveda il rafforzamento dell’unità politica in senso federale a partire dai paesi dell’Eurozona e la convocazione di un’Assemblea costituente con il compito di elaborare una Costituzione. Ma se questo avverrà, non potremo fermarci lì”.

 

La differenza principale, quindi, tra i due non è l’effetto positivo che una maggiore democrazia a livello europeo potrebbe avere, ma se questo effetto basti o no.

Credo che questa differenza di opinioni sia dovuta principalmente alle differenti relazioni[2] che questi due autori hanno più frequentemente. Questi contatti non sono diversi per visioni politiche contrapposte, ma perché appartenenti a generazioni diverse.

La generazione di Ballerin è molto sospettosa quando si parla di democrazia diretta.

Come dice Ballerin stesso:

 

Democrazia diretta! Possibile che l’era di internet stia davvero aprendo le porte a una nuova sperimentazione in questo senso? No, naturalmente, se il concetto dev’essere preso alla lettera. Chi ha finito di digerire il XX secolo prova di fronte ad esso la stessa impazienza che proverebbe vedendo rispolverare formule come “proletariato”, “imperialismo” o “sovrastruttura”. Perchè il ripudio del parlamentarismo e l’illusorio tentativo da parte delle masse di dirigere senza mediazioni politiche la propria esistenza è la tragica chiave che ci consente di interpretare il Novecento: la sua prima metà consistette nella confutazione fallita del liberalismo (all’epoca si chiamò “azione diretta”), mentre la seconda si risolse, correttamente, in un ritorno ad esso”.

 


Al contrario la generazione della Martiny vede con molto favore l’utilizzo delle nuove tecnologie e la loro possibilità di creare nuove forme di partecipazione politica.

Nonostante questa differenza Ballerin afferma nel passaggio sopraccitato:  Democrazia diretta! Possibile che l’era di internet stia davvero aprendo le porte a una nuova sperimentazione in questo senso? No, naturalmente, se il concetto dev’essere preso alla lettera.

Il punto è proprio questo non dobbiamo prenderlo alla lettera! Il fatto che nuove forme di democrazia più diretta possano essere implementate grazie alle nuove tecnologie non comporta la fine della democrazia rappresentativa. Infatti neanche Martiny invoca questa sostituzione impossibile.

Le argomentazioni di Ballerin sul rischio di una degenerazione di un certo populismo in forme di totalitarismo già viste sono accettate anche dalla Martiny.

Sulla questione del “populismo” ed i differenti modi in cui questo aggettivo è stato utilizzato rimandiamo ai lavori di Tommaso Rughi e Francesco Violi per l’Ufficio del dibattito nazionale del Movimento Federalista Europeo di Cagliari del 2011[3].

Vale comunque la pena citare qui di seguito alcuni passaggi del lavoro di Violi:

“Il populismo non è un’ideologia, è un modo di fare politica. Pur essendo due cose fondamentalmente diverse, attualmente, la parola populismo viene usato fondamentalmente come sinonimo di demagogia. Ovvero, si intende un approccio alla politica nel quale, una volta individuato un nemico nelle istituzioni statuali o nella classe dirigente o anche in una classe qualsiasi di cittadini, talvolta reputate altolocate o ricche, un politico rivolge ad essi il proprio attacco facendo leva sul Popolo, che viene visto come una vittima innocente delle istituzioni o di chi le sta conducendo in quel frangente. Il populismo può così avere una connotazione molto negativa, specie quando parliamo della coniugazione fra populismo e reazionarismo, ma tuttavia può anche avere delle connotazioni positive, quando invece sorgono dei movimenti che si richiamano al popolo per chiedere maggiori istituti di democrazia partecipativa o diretta rispetto agli istituti di democrazia rappresentativa”.

 

“[…]i movimenti populisti servono a far capire alla classe dirigente che è presente un malessere nella società, nell’economia e nella politica. Se la classe dirigente al governo reagisce positivamente non ignorando il problema, può risolverlo togliendo ad eventuali movimenti populisti la possibilità di alimentarsi e di crescere.

 

Storicamente infatti, di fronte ad una risposta ferma e sicura da parte delle istituzioni e della classe

dirigente, volta alla risoluzione dei problemi e delle insicurezze contingenti, moltissimi di questi

movimenti scomparvero come un fuoco di paglia, ad esempio l’Uomo Qualunque in Italia, il

movimento poujadista in Francia o il partito rurale finlandese, o si sono posizionati su posizioni più moderate, come il People’s Party americano, che si lasciò incorporare dal Partito Democratico. In altri casi, di fronte a delle risposte non date o sbagliate ai problemi contingenti questi movimenti non solo hanno consolidato la loro posizione nel panorama politico del paese in cui operavano, ma sono anche riusciti a diventare maggioritari nel paese, imponendo regimi di vario genere, (il partito Giustizialista in Argentina, ma lo stesso Partito Nazionale Fascista in Italia o il Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi e a tutti gli altri partiti nazional-socialisti e conservatori europei degli anni ’20 e ’30, il partito socialista bolivariano in Venezuela oggi così come altri partiti di estrema sinistra ora al governo in Bolivia, in Ecuador, in Nicaragua) o comunque ad influenzare i processi di policy making”.

Un’altra argomentazione contro l’applicazione di forme troppo estese di democrazia diretta da parte di Ballerin è la seguente:

“Inoltre (verità spiacevole, ma verità vera) il livello culturale del cittadino medio è ancora troppo basso perché si renda superflua la mediazione di una minoranza selezionata, tanto più in un’epoca il cui tasso di complessità è in costante e vertiginoso aumento. Chi frequenta abitualmente l’agorà di facebook si è già fatto un’idea di quale sia il livello del dibattito che vi ha luogo e proverà un brivido all’idea che essa si trasformi, di punto in bianco, in un parlamento sovrano. Rimbocchiamoci le maniche, amici, dobbiamo dedicare ancora molte ore all’attività più intelligente che l’uomo abbia mai inventato: studiare”.

Martiny ribatte nel modo seguente:

“Possiamo continuare a pensare che il livello culturale del cittadino medio sia troppo basso per giustificare il fatto che il potere si riproponga nelle mani di una minoranza selezionata, o, riflettendo sul fatto che questa tesi sia sempre stata avanzata per perpetrare le dinamiche del potere esistente, possiamo provare ad immaginare una democrazia europea diversa. Una democrazia che sia davvero partecipativa, davvero inclusiva, davvero capace di ascoltare tante voci e tanti punti di vista, una democrazia, poi, più e meglio controllata”.

 

In effetti la scusa del  “è troppo complicato” è stata utilizzata spesso da molti, anche nel passato più lontano, per impedire alle masse di partecipare di più alla vita democratica. D’altro canto non si può affermare che Ballerin abbia totalmente torto a dire che certe materie siano di difficile comprensione per i non addetti ai lavori. La Costituzione italiana per esempio, non a caso,  prevede dei limiti all’utilizzo dello strumento del referendum.

Questo tema è uno dei più difficili della nostra epoca e non si pretende qui di risolverlo. Possiamo solo ribadire il concetto di: “ non prendere tutto alla lettera!” Il principio base della democrazia non può essere vox populi, vox dei pena il rischio di tirannie delle maggioranze e presa del potere da parte del demagogo di turno.

Ci sono però possibilità di una maggiore partecipazione civile con le nuove tecnologie.

Si pensi ai numerosi appelli via internet che sono stati usati da varie ONG e associazioni per fare pressione politica, o ad esperimenti più avanzati come quello del LiquidFeedback.

Bisogna fare nondimeno attenzione al rischio che una riscoperta della “prassi trasformatrice”, citata recentemente da Diego Fusaro, non diventi la ripetizione di esperimenti falliti nel Novecento.

Luca Alfieri

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