Tulipani ed euroscettici: Il volto delle elezioni olandesi

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La sua chioma biondo platino abbinata ad una campagna apertamente anti-Islam è già ben nota a chi tiene sott’occhio la politica dei Paesi Bassi. Già in passato Lo Spazio della Politica si era occupato di analizzare questa figura influente della scena politica olandese. Adesso che l’Olanda si avvicina alle elezioni nel bel mezzo della crisi dell’euro Geert Wilders ha in mente un nuovo obbiettivo sul quale concentrarsi: l’Unione europea.

Questa volta però sembra che il suo tentativo di incanalare rabbia verso un nemico comune non riesca a portare frutti a livello elettorale. In vista delle prossime elezioni del 12 settembre, Wilders ha tentato di riavvivare il suo Partij Voor de Vrijheid (PVV), Partito per la libertà, predicando promesse di lasciare l’euro e di ignorare le regole budgetarie europee. “Vogliamo esseri i capi della nostra moneta o vogliamo essere schiavi di Bruxelles?” ha gridato Wilders durante il primo significativo dibattito televisivo dedicato alle elezioni dichiarando oltretutto che il suo PVV vuol far si che gli Olandersi “ritornino ad essere i veri responsabili delle politiche del paese”.

Ad ogni modo sembra molto improbabile che la sua visione diventerà realtà. Il PVV rimane indietro nei sondaggi ed i partiti centristi etichettano il suo programma finanziario come te radicaal (troppo radicale) mentre gli elettori moderati sembrano non farsi abbindolare dalle sue forti parole.

Sull’onda del clash of civilizations

Fino a poco tempo fa le campagne di Wilders contro i “dittatori arroganti di Bruxelles” avrebbero arrecato serie preoccupazioni tra i banchi dell’establishment olandese. Wilders infatti diventò uno dei politici più influenti dei Paesi Bassi quando nel 2004 iniziò una crociata fomentata da sentimenti anti-immigrazione e sopratutto anti-Islam sull’onda dell’ assassinio del regista Theo Van Gogh avvenuto il 2 novembre di quell’anno per mano di un musulmano estremista.

Wilders iniziò una propaganda volta ad ottenere la messa al bando del Corano e l’applicazione di una tassa sui veli islamici. Finì sui titoli dei più rilevanti giornali internazionali quando nel 2008 produsse il cortometraggio “Fitna” che descrive e dipinge una visione dell’Islam basata sull’odio e la violenza. La sua retorica offende molti musulmani ma è allo stesso tempo riuscita ad elettrizzare diverse fasce dell’elettorato olandese che percepivano Wilders come l’unico esponente politico pronto ad ascoltare e reagire ai problemi causati dall’immigrazione.

Il PVV emerse come il terzo partito alle elezioni del giugno 2010. Poco dopo, Wilders venne portato in tribunale con l’accusa di incitamento all’odio razziale. In tribunale davanti ai giudici ebbe occasione di sfoggiare il discorso più comunicativo della sua carriera politica: Overaal in Europa gaan de lichten langzaam uit (lentamente si spengono le luci in Europa). Quando il verdetto della corte scagionò Wilders, il suo grado di apprezzamento popolare salì alle stelle e sembrava che il volto multiculturale dell’Olanda fosse pronto ad affrontare un cambiamento devastante.

Cambia il nemico ma non la strategia

Quando la crisi dell’euro ha inizio a far focalizzare l’attenzione lontano dai problemi dell’immigrazione, la popolarità di Wilders ha iniziato a precipitare. Insomma, l’immigrazione non era più un hot topic rispetto alle preoccupanti notizie in arrivo dalla Grecia e dai dossier della BCE. In un tentativo spericolato volto ad allargare il suo appeal, Wilders ha iniziato una forte campagna anti-Europea. Wilders infatti è sempre stato un hardcore euroskeptic anche se non giocò un ruolo di spicco nel 2005 quando il referendum olandese bocciò la proposta di una costituzione europea.

“La recente mossa anti-Europa è molto opportunistica” dichiara Chris Aalberts, autore di Achter de PVV (dietro al PVV) il libro che analizza le motivazioni e tendenze di Wilders ed i suoi sostenitori. Aalberts spiega che essendosi chiusa la finestra di opportunità precedentemente offerta dal dibattito sull’immigrazione Wilders sta “puntando le sue fiches sulla crisi dell’euro sperando ci sia abbastanza gente arrabbiata con Bruxelles pronta a votare per lui”. Wilders si oppone apertamente ai bailouts dei paesi del sud Europa e recentemente si è fatto filmare presso l’ambasciata Greca in Olanda con una gigantografia di una vecchia banconota da 1.000 dracme come protesta al pacchetto di aiuti da 109 miliardi di euro inviati ad Atene.

E’ interessante notare però come l’economia olandese abbia solo risentito marginalmente degli effetti della crisi del debito in Europa e le credenziali anti Europee di Wilders non sono mai sembrate genuine fin tanto che il suo appoggio al governo fosse stato garantito. Sotto la coalizione governativa del Primo Ministro Mark Rutte, l’Olanda è rimasta un fiducioso seguace dell’approccio tedesco alla crisi: austerità per tutti ed aiuti ai paesi in difficoltà solo quando sia provata l’evidenza di conseguenze disastrose. In aprile Wilders ritirò la sua fiducia al gabinetto di Rutte facendo cadere il governo e conseguentemente accellerando la messa in piedi di nuove elezioni. Le ragioni della mancata fiducia al governo, secondo le dichiarazioni del portavoce del PVV, stavano in un rigetto del limite del budget europeo fissato al 3%. Ciò nonostante ed in maniera inaspettata, i voti euroscettici hanno iniziato a disperdersi in varie direzioni e più precisamente versi il partito di estrema sinistra Socialistische Partij.

Non solo Wilders

I socialisti sono rimasti per un lungo periodo senza alcuna esperienza governativa a livello nazionale ma sono cresciuti rapidamente sotto la guida di Emile Roemer il quale, come Wilders, si oppone al limite budgetario europeo del 3% ma non si spinge, come il biondo leader del PVV, a prevedere scenari radicali come quelli di una possibile uscita dall’Unione europea da parte delle Netherlands. I sondaggi prevedono i socialisti di Roemer ed i liberali del Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (VVD) di Rutte competere  in una corsa testa a testa all’ultimo voto. Per entrambi le aspettative dicono di una vittoria di circa 32 seggi in parlamento (composto da 150 membri). Per Wilders si prospettano comunque circa 18 seggi (6 in meno del 2010).

“Non escluderei il fatto che Wilders possa ancora beneficiare del voto degli euroscettici” ha dichiarato Aalberts ed aggiunto che “se sei un conservatore e sei contro l’Unione europea è comunque molto probabile che il tuo voto vada al PVV”. Pertanto la differenza di seggi in parlamento rimane, secondo le proiezioni, troppo grande per permettere a Wilders di contendere effettivamente il posto di Primo Ministro.

Con l’estrema sinistra e l’estrema destra a dividersi il voto anti-Europa è difficile intravedere la formazione di una coalizione con i partiti centristi, non inclini ad adottare una linea anti-Bruxelles. Se il VVD risultasse essere, come si prevede, il partito maggiore, non sussisterebbe alcuna intenzione di bocciare le recenti regole Europee alle quali Rutte stesso ha contribuito a scrivere. In un recente dibattito infatti Rutte ha categoricamente escluso qualsiasi possiblità di uscita dall’eurozona dichiarando che “sarebbe devastante per l’economia e l’occupazione dei Paesi Bassi”.

Gli elettori di Wilders sono coscienti che altri fattori giocano contro il PVV. In primis sta il fatto di aver fatto cadere il governo. I leaders con la serpe in seno non sono mai visti favorevolmente dalla società che Arend Lijphart aveva dipinto come l’esempio del consociativismo. In secondo luogo, Wilders, secondo alcuni analisti, sarebbe più a suo agio stando all’opposizione. I programmi politici basati sull’identificazione di un nemico piuttosto che sull’implementazione di un piano d’azione hanno le gambe corte. Se Wilders rimanesse invece una costante dell’opposizione, a qualsiasi governo del paese, la sua carriera politica sarebbe probabilmente più longeva e meno atta alla volatilità delle fasce elettorali popolari. A Bruxelles gli occhi sono vigili su ciò che succedera il 12 settembre e gli officiali del Berlaymont sperano che il divide et impera sulla questione dell’euroscetticismo impedisca ai partiti radicali di avere un ruolo importante nel policy-making di uo dei paesi fondatori della Comunità Economica Europea

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