Dall’indipendenza all’interdipendenza

Questo “artisaggio”, come lo definii all’epoca, lo scrissi nel primo semestre del 2010. Gli argomenti e le questioni che solleva sono ancora attuali e per questo lo ripropongo in questo spazio dedicato agli approfondimenti.

Data la lunghezza si consiglia al lettore di stamparlo.

Buona lettura

Luca Alfieri

Molto spesso sentiamo discorsi come: “pensiamo prima al nostro paese poi, eventualmente, agli altri”, oppure frasi come “a me importa solo del mio paese”.

A volte queste esternazioni avvengono anche in situazioni veramente incredibili e particolari, come quella che ci spinge a scrivere questo articolo.

Il 2 Novembre scorso ci trovavamo nella piazza principale di Parma, piazza Garibaldi, insieme ad altri ragazzi del gruppo giovani di Parma di Amnesty International (AI).

Ci era stato comunicato dal coordinamento nazionale che il Bhopal bus Tour1 avrebbe fatto tappa a Parma proprio quel giorno, prima di recarsi a Milano e Roma.

Il Bhopal Bus Tour era un evento organizzato da Amnesty, Greenpeace e varie associazioni per i diritti della popolazione indiana di Bhopal, colpita 25 anni fa da uno dei più gravi disastri chimici della storia2.

Sul bus che stava girando l’Europa c’erano 2 ragazze inglesi e alcune vittime del disastro che avrebbero raccontato la loro esperienza a chi si fosse voluto fermare.

I ragazzi di Amnesty cercavano di convincere la gente a salire sul bus e/o firmare gli appelli di AI per il riconoscimento dei diritti delle vittime.

Ad un certo punto noi e un nostro amico di AI ci siamo avvicinati ad una giovane coppia che stava attraversando la piazza e chiedendo di firmare il nostro appello.

La reazione iniziale della ragazza fu: “no, io non firmo per una cosa di cui non so niente”.

Dopo averi spiegato nuovamente il contenuto dell’appello la risposta definitiva è stata: “no, non firmo, perché prima viene il mio paese poi,eventualmente, gli altri”

Il ragazzo non disse una parola per tutta la conversazione.

Ora, al di là del giudizio morale su un’affermazione del genere in quelle circostanze, la domanda che ci siamo posti nei giorni successivi è stata: “Nel ventunesimo secolo ha ancora una logica fare un’affermazione di questo genere?”

O ancora “questo modo di pensare può essere veramente utile ai fini che si pone di perseguire, cioè il benessere del proprio paese e dei cittadini che ne fanno parte?”

Cenni storici

Nell’800 si affermarono filosofie economiche e politiche che perseguivano l’indipendenza assoluta dell’individuo e degli stati.

In economia si affermarono le teorie basate sul concetto che se gli individui sono lasciati liberi di perseguire i propri egoistici interessi individuali ne trae beneficio la società nel suo complesso3.

Sempre nell’800 si affermò l’idea di “nazione” secondo la visione moderna, grazie anche ai movimenti nazionalistici rivoluzionari, come quelli in Italia o in Europa orientale e meridionale.

Un altro passaggio importante per il concetto di indipendenza fu il principio di autodeterminazione dei popoli enunciato dai 14 punti di Wilson4.

Altra teoria che divenne molto importante era quella per cui se uno stato avesse voluto imporre la propria volontà sugli altri stati avrebbe dovuto essere autosufficiente, almeno per le materie prime.

Da queste teorie si svilupparono i concetti di “autosufficienza economica”, il colonialismo e “la politica di potenza”, che vennero poi ripresi dal nazifascismo con termini quali “autarchia” e “spazio vitale”5.

Già prima della prima guerra mondiale tuttavia il mondo stava attraversando una fase di maggiore integrazione economica dovuta all’abbassamento dei costi di trasporto (utilizzo delle navi a vapore) ed ai nuovi sistemi di comunicazione resisi disponibili (telegrafo e successivamente radio e telefono).

Questo il quadro storico in cui erano inseriti gli individui e gli stati nell’800 e nella prima metà del ‘900, cercheremo ora di capire come la società, gli stati e gli individui stessi si siano spostati verso una maggiore interdipendenza reciproca. Cominciamo ad osservare come gli individui si relazionino tra loro nel nostro attuale periodo storico.

La social network analysis e l’interdipendenza tra gli individui.

Un filone di ricerca sociologica che sta avendo molta fortuna in campo accademico (e non solo) è la social network analysis o analisi delle reti sociali.

L’analisi delle reti sociali studia le relazioni tra i vari attori facenti parte della struttura sociale (individui, istituzioni, società civile, ecc..), cercando di cogliere gli aspetti di queste relazioni di interdipendenza e di come esse influenzano gli attori stessi.

La struttura sociale secondo l’analisi delle reti si divide in nodi (gli attori) e i legami tra essi, che si dividono in deboli e forti.

L’obiettivo dell’analisi delle reti sociali è, dunque, quello di studiare i modelli di relazione che connettono gli attori sociali all’interno dei sistemi sociali, il modo in cui questi modelli influiscono sul comportamento degli attori e sul flusso di risorse veicolate da quelle connessioni, ma anche il modo in cui gli attori sociali, mediante queste interconnessioni, contribuiscono a modificare la struttura reticolare complessiva” (Salvini 2007).

La SNA “si incunea” nella dicotomia classica della sociologia tra attore e struttura, che tende a scomparire per far posto all’interdipendenza e alla reciproca costruzione tra le due dimensioni.

I legami non sono un sinonimo di relazione, infatti due persone in una relazione possono avere più legami.

Il concetto operativo che consente di tenere conto della varietà e della numerosità dei legami in relazione è quello di molteplicità che sta appunto ad indicare il numero dei diversi legami che intercorrono tra coppie di soggetti ossia la multidimensionalità dell’attività relazionale (Cordaz 2007).

Esempio: Marco è fidanzato con Giorgia, ma Giorgia e Marco sono anche colleghi di lavoro e magari sono stati anche compagni di classe alla superiori, quindi Giorgia e Marco hanno tre legami tra di loro (Figura 1).

Figura 1- Differenza tra legame e relazione

Legenda

Attori: – Giorgia (Giallo)

Marco  (Blu)

Legami: – Legame romantico (Rosso)

                  – Legame lavorativo (Verde)

Legame scolastico (Magenta)

I legami forti sono per esempio quelli familiari o quelli con gli amici più intimi, mentre quelli deboli sono quelli con conoscenti, dipendenti, datori di lavoro, insegnanti, politici, ecc…

Negli ultimi anni è stata data molta importanza a questi ultimi.

Infatti i legami forti danno sicurezza, supporto, stabilità, tutte cose molto importanti, ma all’interno di questo “cerchio ristretto” (definito nella letteratura cluster) le risorse fluiscono più rapidamente e se ne recepiscono di nuove più difficilmente (Cordaz 2007).

I legami deboli sono legami di minor intensità, minor coinvolgimento affettivo, minor frequentazione. Secondo Granovetter (1973) i legami deboli sono come ponti (bridge) tra clusters differenziati, ossia tra componenti diverse della rete e favoriscono il flusso di risorse e informazioni nella rete e l’integrazione stessa della struttura sociale in cui gli attori sono inseriti.

Queste differenti caratteristiche dei legami sono dovute (almeno in una rete cosiddetta ego-centrata) a due motivi. Il primo è che le persone (alters) con cui si hanno legami forti hanno solitamente una forma mentis molto simile a quelle del soggetto studiato (ego), quindi, è possibile che gli inputs ottenuti da questi soggetti siano rindondanti, cioè siano informazioni o risorse già ricevute all’interno del gruppo e che si rimpallino all’interno del medesimo. Il secondo motivo è che il soggetto studiato all’interno di questi legami forti ha meno libertà di azione, perché in caso di cambiamento, o perseguimento di un’azione in conflitto, rispetto al pensiero o gli interessi del gruppo o dei gruppi con cui si hanno legami forti, rischia di andare incontro a sanzioni morali maggiori che non con soggetti con cui si hanno legami deboli.

Esempio: Mario ha un legame forte con Nicola e Giacomo e un legame debole con Gianfranco e Piero. Mario riceve determinate informazioni da Piero che gli fanno cambiare idea su un determinato argomento (Figura 2). Il problema è che Nicola e Gianfranco sono ancora dell’idea precedente, quindi, Mario ha varie strategie da poter attuare: o si tiene le informazioni che ha per sé o cerca di parlarne con Nicola e Giacomo, rischiando però di scontrarsi con loro (sanzioni morali). La scelta di Mario potrebbe essere anche quella di mediare tra le due posizioni, cercando di minimizzare le sanzioni morali. Come si può vedere ci sono varie possibilità di azione.

Figura 2 – Legami deboli e legami forti

Legenda

Attori: – Mario (Verde)

               – Nicola (Azzurro)

Giacomo (Magenta)

              – Piero (Marrone chiaro)

Gianfranco (Giallo)

Legami: – Legame forte (Rosso)

Legame debole (Blu)

Informazioni: (Nero)

Proprio in virtù di questi tipi di legami l’analisi delle reti è divenuto uno dei maggiori strumenti per lo studio del cosiddetto capitale sociale.

Il capitale sociale e la democrazia

Il capitale sociale è un concetto nato in sociologia, ma è divenuto molto importante per l’analisi economica e politologica.

Esistono due differenti scuole di pensiero: una più comunitaria (alla Putnam) e una più individualista (alla Coleman).

Riportiamo di seguito le definizioni date dai due maggiori autori di queste scuole.

1) Il Capitale Sociale è l’insieme di quegli elementi dell’organizzazione sociale – come la fiducia, le norme condivise, le reti sociali – che possono migliorare l’efficienza della società nel suo insieme, nella misura in cui facilitano l’azione coordinata degli individui (Putnam 1993).

2) Il Capitale Sociale risiede nella struttura delle relazioni tra gli agenti. Non può essere rinvenuto né negli agenti stessi, né nei mezzi fisici di produzione (Coleman 1988).

La relazione tra il capitale sociale e la partecipazione alla vita pubblica e il senso civico sono stati osservati soprattutto dalla scuola di Putnam.

Le democrazie non possono pensare di sopravvivere alle spinte provenienti dai gruppi di interesse predominanti se manca un minimo di lealtà e supporto alle istituzioni democratiche da parte della gente.

Senza questi input di supporto le decisioni politiche che potrebbero essere prese, possono portare a notevoli costi sociali che a loro volta potrebbero provocare proteste, scontentezza, frustrazione e rivolte.

Oggigiorno ovunque ci sono lamentele su un crescente numero problemi politici e sociali difficilmente risolvibili nelle moderne democrazie.

Particolarmente importanti sono gli avvertimenti sui declinanti sentimenti di solidarietà e comunità, sul non interessamento della popolazione alle vicende politiche, su un diffuso sentimento di sfiducia e cinismo, e la diminuzione in generale dell’impegno politico.

Considerate queste minacce si è formato un largo e diffuso consenso sul fatto che una rinascita dell’impegno civico può compensare queste molteplici mancanze delle moderne democrazie (Castiglione, Van Deth, Wolleb 2008).

I problemi riscontrati da molte democrazie moderne sono il risultato, almeno in parte, di un declino di adesioni di molti tipi di associazioni, club, gruppi, e organizzazioni (Putnam 1995 e 2000). Le associazioni di volontariato e i network quindi, favoriscono gli aspetti costitutivi del capitale sociale, le norme, i valori, e in particolare, la fiducia tra i cittadini, fattori che possono essere visti come aspetti culturali del capitale sociale (Putnam 1993, Fukuyama 1995, Inglehart 1997).

Un declino del capitale sociale nelle moderne democrazie, quindi, implica una riduzione sia di fiducia sia di impegno dei cittadini (Castiglione, Van Deth, Wolleb 2008). Il declino del capitale sociale è visto perciò da molti autori come la causa principale della crescente incapacità dei sistemi politici di fare efficacemente fronte alle varie sfide della globalizzazione.

Nonostante gli aspetti attraenti e popolari di queste linee di ragionamento, è ovvio che il capitale sociale non fornisce una cura per ogni problema. Nemmeno i più marcati sostenitori delle conseguenze benigne degli investimenti in capitale sociale difenderebbero l’idea che il capitale sociale sia la panacea per tutte le difficoltà delle moderne democrazie. Quello che è largamente accettato, invece, è che le moderne democrazie non hanno alcuna possibilità di sopravvivere se soffrono di una grave carenza di capitale sociale, mentre l’esistenza di un forte stock di capitale sociale produce un aumento della fiducia e le norme di reciprocità, solitamente presenti in contesti con un elevato capitale sociale, riducono il rischio che individui cooperativi e impegnati paghino il conto lasciato da partner inaffidabili.

Il network power e l’importanza delle associazioni e della società civile

Il libro “Network power. The social dynamics of globalization” di David Singh Grewal sta creando molto scalpore su internet per la sua innovativa analisi della globalizzazione6.

L’autore, che attualmente sta completando un dottorato in scienze politiche ad Harvard e che in passato ha conseguito il JD presso la Yale Law School, si imbarca in una complessa impresa teorica: spiegare la dinamica sociale della globalizzazione, utilizzando come strumento principale l’analisi della forma-network e delle strutture economiche e politiche ad essa associate.
Secondo Grewal, i principali fenomeni connessi alla globalizzazione sono basti sulla costruzione di “standard”, forme di coordinamento sociale che sono supportate da reti di attori: network legati ai media, al commercio internazionale, alla regolazione finanziaria, all’uso di metriche e linguaggi condivisi, alle procedure legali, etc. Tali standard aumentano la loro importanza in proporzione al numero di membri e alla capacità di essere attrattivi, ovvero di generare “network power”: superata una certa soglia, il costo legato all’essere fuori dal network supera i benefici legati all’indipendenza. Per giocare un ruolo significativo nel contesto globale diviene quindi fondamentale adeguarsi a delle norme condivise: nella fase storica precedente alla crisi del 2009 sono state, ad esempio, la partecipazione al WTO, l’utilizzo della lingua inglese e la condivisione della “Davos culture. Questo tipo di adesione volontaria crea simultaneamente opportunità e vincoli: permette di accedere ad un insieme di possibilità, eliminando simultaneamente l’indipendenza in altri ambiti. In particolare, i network più grandi e di maggiore influenza attirano nuovi membri principalmente per le esternalità positive legate all’accesso alla rete, non per le caratteristiche intrinseche, che normalmente sono importanti per la loro ascesa7.

Ci chiediamo noi ora, se quanto detto da Grewal è vero e se veramente siamo all’inizio della formazione di nuovi standard e di un nuovo network dominante.

In caso affermativo,considerando quanto detto prima sulle organizzazioni di volontariato e il capitale sociale, è possibile che le Ong e le altre organizzazioni della società civile possano avere un ruolo in questo nuovo network?

In fondo se ci pensiamo negli ultimi anni anche le Ong si sono servite della maggiore interdipendenza del pianeta e hanno cercato di creare negli ultimi anni un network alternativo a quello dominante.

Il World Social Forum8 ne è un esempio, ma anche l’uso che numerose Ong stanno facendo attraverso la rete informatica.

Alcuni studi come quello di Brophy e Halpin (1999) hanno osservato l’impatto che l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha ottenuto utilizzato internet .

E’ importante osservare come gli appelli su internet stiano diventando di importanza fondamentale come strumento di democrazia partecipativa.

L’esempio più evidente è quello degli appelli su internet di Amnesty9 o Avaaz10, (grazie ad essi migliaia di persone se non milioni, possono contribuire con la loro firma elettronica alla salvaguardia ambientale, all’ampliamento dei diritti umani o anche a cambiare la vita di singole persone magari residenti dall’altra parte del mondo.

Naturalmente non è tutto oro quello che luccica, resta da vedere come passare da un attivismo virtuale basato sul click a un attivismo “fisico”.

I social network virtuali

Non possiamo parlare di reti sociali, interdipendenza e condivisione senza parlare delle innovazioni del web 2.0. Negli ultimi anni i concetti di reti sociali o social networks, sono diventati di uso comune, data l’influenza ottenuta da fenomeni come Facebook o Myspace.

Su questi social network virtuali e altri soggetti del Web 2.0 l’idea di rete cominciano a diffondersi studi e ricerche scientifiche.

Nel paper “ The Benefits of Facebook “Friends:” Social Capital and College Students’ Use of Online Social Network Sites” d èi Ellison, Steinfield e Lampe (2007) gli autori esaminano le relazioni tra l’uso di Facebook e la formazione e il mantenimento del capitale sociale. L’analisi di regressione da loro eseguita su un campione di 286 studenti suggerisce una forte relazione tra l’uso di Facebook e il capitale sociale, soprattutto con il bridging social capital (si veda il paragrafo successivo).

Recenti ricerche hanno enfatizzato l’importanza dei collegamenti tramite intenet per la formazione di legami deboli, che sono quei legami su cui si fonda il bridging social capital (Resnick, 2001).

Un’altra ricerca che cerca di capire la relazione tra relazioni sociali fisiche e virtuali è An empirical study of spatial and transpatial social networks using Bluetooth and Facebook” di Vassilis Kostakos (2010). Kostakos ha osservato nel suo studio l’effettiva esistenza di un legame tra i social networks “spaziali” e “transpaziali” tramite l’utilizzo di proxy che fanno riferimento al sistema Bluetooth Cityware e Facebook (Figura 3)

Figura 3 – Legami tra networks spaziali e transpaziali, Cityware e Facebook .

Fonte: Kostakos (2010)

Va osservato che anche l’esperienza empirica negli ultimi anni ci ha fatto intuire le potenzialità dei social network virtuali. Facebook e Twitter sono risultati utilissimi per seguire in tempo reale le recenti vicende iraniane.

Le modalità del “sapere in rete” stanno trasformando radicalmente le forme tradizionali di trasmissione e di comunicazione di ogni sapere. Le reti, infatti, introducono nei processi formativi una dimensione di diversità a un livello assai ampio e assai critico. Non si tratta soltanto della diversità dei linguaggi e delle discipline, ma anche e soprattutto della diversità delle esperienze individuali nei confronti della conoscenza (Ceruti 2003).

La possibilità poi di condividere articoli, documenti, video e conoscenze varie è fondamentale e andrebbe implementato anche in virtù di quanto detto sopra sui legami deboli.

La scommessa è che le reti di interazione cognitiva che le tecnologie della comunicazione e dell’informazione fanno emergere fra individui, collettività e soprattutto fra macchine ed esseri umani non siano reti semplicemente additive, ma moltiplicative. Ogni individuo o collettività, in primo luogo, è caratterizzato dall’attributo di una singolarità che lo rende elemento indispensabile (e non sottraibile) all’emergenza e alle acquisizioni di un tutto. In secondo luogo ogni attore della rete – individuo, collettività – è in grado di interagire in maniera fondamentale con gli altri per trasformare l’intero sistema” (Ceruti 2003).

Certo ci sono problemi connessi all’utilizzo di questi social network relativamente al trattamento dei dati sensibili11 e al furto delle identità.

Questi problemi dovrebbero essere risolti con una maggiore protezione da parte dei gestori e un’adeguata istruzione all’uso del mezzo, soprattutto per i più giovani.

Bridging social capital e bonding social capital

Non vogliamo ora entrare eccessivamente nel merito del dibattito sul capitale sociale, ma piuttosto vogliamo soffermarci su due concetti che riprendono quanto detto prima sui legami forti e deboli ossia il bridging social capital (che riprende il concetto di legame “debole”) e il bonding social capital(che riprende il concetto di legame “forte”).

Nell’analisi delle reti sociali la letteratura individua il bonding social capital soprattutto all’interno delle relazioni familiari, ma anche tra persone che si riconoscono in un determinato gruppo etnico, in una classe sociale o in una casta (Narayan 1999).

La famiglia (o il gruppo omogeneo) si relaziona con l’esterno solo per i vantaggi che gliene derivano e soprattutto per quelli dei suoi componenti.

Si è visto come il bonding social capital possa giovare ai componenti di una famiglia per mitigare i disagi provocati da una ricerca di lavoro o possa aiutare uno o più componenti del gruppo con un lavoro precario (Sabatini 2005).

I cosiddetti “legami deboli” che formano il bridging social capital comprendono relazioni tra persone che non hanno caratteristiche socio-demografiche o identità sociali simili.

I legami deboli comprendono quindi amici, vicini, conoscenti, colleghi di lavoro, compagni di studi, che possono differire per età, etnia, classe sociale ecc…

Alcuni studi ipotizzano che il bridging social capital porti a un maggior scambio di informazioni e un aumento della fiducia tra parti che altrimenti difficilmente sarebbero entrate in contatto (Lin 2008).

L’importanza del bridging social capital è quindi fondamentale perché le varie parti della struttura sociale entrino in contatto tra loro.

È innegabile quindi che il bridging social capital sia fondamentale per l’aumento della fiducia e il civismo all’interno delle comunità.

Il processo di innovazione: dall’approccio lineare a quello sistemico

L’interdipendenza è stata importante anche per lo sviluppo tecnologico soprattutto a partire dagli anni ’70 e ancora di più negli anni ’80 e ’90.

Una produzione sempre più ricca di contenuti, di confini, di approcci e di campi dei saperi; un’interdipendenza forte fra questi stessi campi, per cui gli sviluppi di un particolare sapere sono influenzati da sviluppi di saperi considerati astrattamente lontani; una condizione generalizzata di complessità degli oggetti di studio dei saperi stessi (quali sono, ad esempio, l’uomo, la mente, il corpo, la società, l’ambiente, la Terra, l’universo…) e soprattutto dei problemi planetari (ecologici, economici, tecnologici, sociali, culturali, politici). Tutti questi oggetti e questi problemi richiedono necessariamente la cooperazione di molti approcci e di molti punti di vista originariamente eterogenei e non coordinati”. (Ceruti 2003)

Durante gli anni ’50 e i primi anni ’60 il processo di innovazione tecnologica seguiva un approccio lineare che partiva dalla ricerca pura e andava verso il mercato (processo di innovazione di 1° generazione), seguendo una logica che aveva come punto di partenza l’offerta (Figura 4).

Figura 4- Processo di innovazione tecnologica di 1° generazione

Fonte: Rothwell(1994)

Successivamente si affermo un approccio sempre lineare, ma che andava nella direzione opposta.

La domanda proveniente dal mercato dava il via alla ricerca (processo di innovazione di 2° generazione), secondo una logica “domandista”(Figura 5).

Figura 5- Processo di innovazione tecnologica di 2° generazione

Fonte: Rothwell(1994)

Dagli anni ’70 a oggi si sono succeduti altri processi di innovazione sempre più complessi e interdipendenti.

Oggi le moderne tecnologie, secondo gli studi di Rothwell (1994), sono frutto di un processo di innovazione tecnologica di 5° generazione.

L’interdipendenza non vi è solo tra settori di ricerca e mercato, ma anche da fattori esterni come i fornitori, l’ambiente circostante, ma anche tra i diversi settori di una stessa azienda (Figura 6).

Figura 6 – Processo di innovazione tecnologica di 5° generazione

Fonte: Rothwell(1994)

L’interdipendenza tecnologica è un altro fattore importante del processo di globalizzazione attuale che stiamo vivendo e sottolinea l’importanza della condivisione di informazioni ed esperienze tra i diversi attori (siano essi individui singoli, gruppi di individui, società, ecc…) della struttura sociale.

L’interdipendenza tra gli stati: economica e non solo.

Passiamo ora ad osservare l’interdipendenza degli stati-nazione odierni, iniziando dall’economia.

Il fenomeno dell’interdipendenza economica è quello più studiato e dibattuto tra le conseguenze della globalizzazione.

Oggi la maggior parte dei prodotti, ma anche dei servizi, usufruibili dai consumatori (occidentali e non), non sono più frutto di lavoro e competenze puramente nazionali, ma sono diventati un insieme di parti e accessori fabbricati in varie parti del mondo e poi venduti sui mercati.

L’interdipendenza economica ha avuto un importante riscontro empirico anche nell’attuale crisi finanziaria.

Una bolla speculativa scoppiata in America ha rapidamente contagiato l’intero sistema economico-finanziario mondiale.

Alcuni potrebbero obiettare che ciò è successo perché il mercato Usa è il mercato più interconnesso con gli altri, in quanto centro del potere economico mondiale e il più ricco mercato del mondo.

La crisi Greca e la possibilità di contagio al resto dell’eurozona hanno smentito queste affermazioni.

Anche la crisi di un paese relativamente piccolo (sia da un punto di vista territoriale sia dal punto di vista economico), come la Grecia ma con un mercato perfettamente integrato con il resto del mondo può causare problemi ad altri.

Grewal in un articolo tradotto recentemente sul blog “Lo Spazio della Politica12 “afferma come il grande economista del ‘900 John M. Keynes13 fosse preoccupato dell’aumento dell’interdipendenza economica globale e di ciò che poteva scaturirne14.

Il sistema di Bretton Woods15, pur frutto di molti compromessi, fu il tentativo di mettere alcuni paletti e regole ad un mondo economicamente più interconnesso e governato da stati nazionali sovrani.

Come afferma Grewal, citando Keynes, l’interdipendenza economica non è sufficiente per avere la pace.

Una prova si ebbe nel 1914, quando nonostante una crescente interdipendenza economica scoppiò la prima guerra mondiale.

Riportiamo qui di seguito un passo molto interessante dell’articolo di Grewal:

Un celebre commentatore dell’epoca, Sir Norman Angell, aveva sostenuto appena prima dell’inizio della prima guerra mondiale che la Germania non avrebbe mai attaccato la Gran Bretagna, per via dei rapporti tra le loro due economie (la Germania era il secondo partner commerciale della Gran Bretagna). La guerra era diventata impossibile tra le nazioni commerciali moderne, sostenne Angell: coloro che pensavano fosse ancora possibile si trovavano sotto una “grande illusione”, perché “il potere militare e politico non conferisce alle nazioni vantaggi commerciali” ed “è impossibile economicamente per una nazione appropriarsi della ricchezza di un’altra, o arricchirsi soggiogandola”.

In retrospettiva, Keynes fu in grado di identificare la vera “grande illusione”: la fantasia che la globalizzazione economica avrebbe portato la pace. Questa fantasia poggiava sull’idea che nazioni rivali possano mettere per forza la ricchezza economica sopra tutti gli altri valori, come l’onore nazionale o complesse dinamiche geopolitiche. La prima guerra mondiale rivelò il contrario: le nazioni interdipendenti economicamente non erano immuni dalla violenza e, anzi, potevano esservi particolarmente portate. Inoltre, anche se Keynes citò diversi motivi per limitare la globalizzazione economica, tra cui la preservazione di quello che oggi definiamo lo “spazio politico” dei governi per l’intervento nell’economia, la sua preoccupazione principale era la pace internazionale. Siccome la globalizzazione permette che i rapporti economici vadano oltre lo stato, non esiste una facile soluzione quando le cose vanno di traverso (come è possibile prevedere) e si debbono affrontare complesse catene di produzione e investimenti che vanno oltre i confini nazionali.

Nella parte successiva dell’articolo Grewal pur essendo contro l’autarchia, dichiara come una minore interdipendenza tra le economie e una maggiore, per quanto possibile, autosufficienza nazionale sia auspicabile, citando il caso indiano:

Mentre scrivo, l’India sembra trovarsi invidiabilmente al riparo nell’attuale crisi finanziaria. Il suo vasto mercato domestico continua a crescere, senza essere colpito dalla recessione dei paesi ricchi. Il relativo isolamento della sua economia, soprattutto nell’ambito finanziario, e una relativa mancanza di dipendenza dalla crescita legata alle esportazioni sembra essere meno un residuo osteggiato dello statalismo di Nehru che un’importante protezione da un’economia mondiale in difficoltà. Avere la memoria corta – o, almeno un orizzonte di profitto schiacciato sul breve termine – vuol dire dimenticare che ciò che in un dato momento sembra un ostacolo può rivelarsi un vantaggio importante sotto circostanze differenti. Difatti, l’India non spalancò le sue porte nella metà degli anni 90, anche se la natura della sua pianificazione è cambiata, in modo da permettere una maggiore apertura all’economia di mercato. Ma su questioni decisive di integrazione economica internazionale, come i controlli del capitale e l’orientamento sulle esportazioni delle sue politiche di sviluppo, l’India rimase comparativamente gelosa delle sue prerogative nazionali.

Grewal sembra risentire della stessa sfiducia di Keynes riguardante la possibilità di un superamento del potere degli stati nazionali assoluti.

Keynes non stava proponendo una forma di autarchia. Stava piuttosto cercando un rimedio per i problemi che erano nati in un’economia globale priva di governo politico.

In effetti se si ritiene che non sia possibile il superamento del concetto di stati nazionali sovrani in lotta tra loro per l’egemonia, anche economica, le argomentazioni di Grewal sarebbero ineccepibili.

Non ci stupisce inoltre che Keynes dopo le esperienze del trattato di Versailles16 e il fallimento del progetto bancor17 la pensasse in questo modo.

Dobbiamo però far notare che all’epoca di Keynes non c’era un mercato unico europeo, una moneta unica, un parlamento europeo, ecc…Ma torneremo successivamente su questa questione.

Vorremmo ora sottolineare alcuni problemi relativi all’economia globalizzata odierna che opprimono soprattutto i paesi in via di sviluppo:

  • Il problema dei sussidi all’agricoltura che danneggiano le economie dei paesi in via di sviluppo (pvs).
  • Gli accordi TRIPS che sono notoriamente sfavorevoli ai pvs, soprattutto per quanto riguarda la questione dei brevetti delle sementi.
  • I problemi relativi ad un’apertura eccessivamente veloce dei pvs ai mercati internazionali.
  • La corruzione dei quadri dirigenti.
  • Lo sfruttamento a basso costo della manodopera locale da parte di ditte subappaltatrici delle multinazionali occidentali (e da qualche anno non più solo occidentali).
  • Le guerre attualmente in corso nei pvs, accentuate dalla vendita di armi da parte dei maggiori esportatori di materiale bellico.

L’elenco sarebbe ancora molto lungo, ma preferiamo fermarci qui19.

Un altro problema relativo all’interdipendenza e che riguarda sia i pvs sia i paesi cosiddetti sviluppati è il problema ambientale.

Come ci fa notare il premio nobel Joseph Stiglitz (2006) se il governo americano e quello canadese sono diversamente sensibili al problema ambientale, il problema non è solo di quello che decide di inquinare di più, ma anche del suo vicino20.

L’esempio può essere paragonato al fumo passivo. Io posso anche non fumare, ma se vivo nella stessa casa insieme a dei fumatori c’è il rischio che mi venga comunque un tumore ai polmoni.

Il problema dell’interdipendenza ambientale è evidente ormai da anni, dal protocollo di Kyoto21 al recente fallimento di Copenaghen22.

Attualmente tutte queste questioni sono fonte di dibattito a livello accademico e stanno nascendo le più disparate teorie in merito, alcune anche piuttosto radicali23, ma che comunque vanno esaminate al di là dei pregiudizi ideologici.

Il superamento dello stato nazionale sovrano e il Movimento federalista europeo.

Il Movimento Federalista Europeo24 è stato fondato a Milano il 27-28 agosto 1943 da un gruppo di antifascisti raccolti intorno ad Altiero Spinelli25. I principi sulla base dei quali esso è nato sono contenuti nel Manifesto di Ventotene26, elaborato nel 1941 dallo stesso Spinelli, con la collaborazione di Ernesto Rossi e Eugenio Colorni. L’analisi e le proposte politiche contenute nel Manifesto si basano sulla presa di coscienza della crisi dello stato nazionale – ritenuto la causa principale delle guerre mondiali e dell’affermazione del nazifascismo – e sulla convinzione che solo il superamento della sovranità assoluta degli Stati attraverso la creazione di una Federazione europea avrebbe assicurato la pace in Europa.

I successi ottenuti dall’integrazione europea, anche grazie alle pressioni esercitate in ambito comunitario dal MFE, sono evidenti.

L’Unione europea ha raggiunto obiettivi che all’epoca di Keynes sembravano impensabili.

L’euro, il mercato unico, la Corte di giustizia europea, il parlamento europeo eletto a suffragio universale che si occupa di questioni importanti e decide a maggioranza assoluta o qualificata e ha sottratto parte del potere assoluto degli stati nazionali sovrani.

Certo il cammino verso la Federazione europea non è finito, ma i successi ottenuti finora sono innegabili.

La Federazione europea servirà poi da modello alle altre forme di integrazione regionale, che sono nate o che stanno nascendo nel resto del mondo, per creare altre federazioni regionali e porre le basi per un ulteriore passaggio a livello globale, cioè la federazione mondiale.

I problemi e le opportunità che si sono create in questi anni e le argomentazioni di Keynes dei problemi di un’interdipendenza economica globale non governata da un potere politico globale, pongono all’ordine del giorno quella che ci sembra l’unica alternativa possibile.

Alcuni potrebbero obiettare: ma non sarebbe sufficiente avere un mondo di stati democratici che risolvono questi problemi con accordi internazionali, senza sacrificare la sovranità assoluta degli stati?27

Come diceva il generale De Gaulle28, noto nazionalista: “I trattati internazionali sono come le rose e le fanciulle: durano finchè durano!” (Cassese 2003).

Lo stesso Bismarck29 aveva un’opinione simile ”l’osservanza dei trattati fra le grandi potenze, in effetti, è relativa, come si nota quando tale osservanza è posta a confronto con la lotta per la sopravvivenza. Nessuna grande potenza è disposta a sacrificare la propria esistenza sull’altare della fedeltà ad un trattato, se obbligata a scegliere tra le due cose. La massima ultra posse nemo tenetur non può essere invalidata da nessuna clausola convenzionale (Cassese 2003).

Se un politico nazionale penserà che in un ottica di costi-benefici il rispetto di un trattato non convenga al proprio paese allora non lo rispetterà e ciò farà traballare l’accordo fino a farlo saltare perché altri paesi lo seguiranno defezionando a loro volta .

In realtà stiamo qui presupponendo che il politico nazionale faccia sempre gli interessi della gente che governa, ma molto spesso non è così.

La massimizzazione del benessere di un politico nazionale è essere rieletto dal suo elettorato: per questo motivo difficilmente sceglierà politiche che favoriscono i paesi del mondo nella sua globalità e che svantaggiano, anche solo parzialmente e nel breve termine, il suo paese30.

Il politico nazionale sosterrà un trattato fintanto che questo non gli costi la rielezione31.

La creazione di istituzioni sovra-nazionali sembra essere quindi l’unica soluzione ragionevole percorribile.

Esempio: se un ipotetico governo europeo prendesse una decisione che fosse appoggiata dalla maggioranza dei cittadini europei avrebbe la rielezione garantita anche se la maggioranza dei cittadini di alcuni stati fosse contraria.

In questo modo verrebbero prese decisioni più giuste per l’intero continente by-passando gli egoismi nazionali.

Conclusioni

A questo punto vale la pena porsi alcuni interrogativi.

– Come mai mentre alcune Ong della società civile sono riuscite a superare i confini nazionali, gli stati ancora hanno difficoltà a farlo?

-Come mai nonostante il motto “pensare globalmente agire localmente” sia diventato di uso comune in molte discussioni la sua applicazione pratica, soprattutto in determinati ambiti, è ancora lungi dall’esserlo?

-I legami deboli virtuali potranno diventare legami deboli reali? O comunque possono avere le stesse proprietà di bridging social capital?

Noi non abbiamo tutte le risposte a queste domande, ma cercheremo ora di capire alcuni problemi di fondo.

Partiamo dall’individuo.

E’ chiaro che i legami deboli che si formano esclusivamente su Facebook o altri social network hanno un valore completamente diverso da legami deboli che vanno oltre l’amicizia virtuale.

Esempio: una cosa è avere un amico di Facebook che abita in Gambia, un’altra cosa è vederlo spesso nella tua città e parlargli direttamente.

La vicinanza fisica ha ancora la sua importanza. “Il mondo oggi non si sta de-spazializzando, ma piuttosto si sta avvolgendo in una molteplicità di spazi comunicativi, in cui il simbolico, il geografico, lo storico, il soggettivo formano nodi quasi inestricabili. Questi spazi variano quanto ad ampiezza, natura, scopi, obiettivi, durata, e talvolta sono contrastanti e conflittuali (Ceruti 2003)”.

Un altro problema, che affligge sia gli individui sia gli stati, è la presenza di forti flussi migratori.

La difesa dell’identità nazionale è stato uno dei punti di forza del successo di alcune estreme destre europee e destre populiste negli ultimi anni.

Il concetto di base è: il melting pot danneggia la nostra identità in quanto inserisce nel nostro paese tradizioni a noi estranee che possono attrarre i nostri giovani con il rischio della perdita delle nostre tradizioni, del decadimento della nostra cultura e alla fine anche la possibile fine dell’esistenza del nostro stato così come lo conosciamo.

A questa posizione si può controbattere in vari modi, uno dei quali sarebbe citare il concetto di identità multiple suggerito dal premio nobel Amartya Sen, esplicitata, non sappiamo quanto consapevolmente, nel film “L’appartamento spagnolo”32. Le nostre identità sono molteplici e ad essa possono aggiungersene altre, quindi, difendere l’identità come se fosse unica ed indivisibile è assurdo.

Considerare una persona saldamente incastrata in un’affiliazione, e in una soltanto, annulla i complessi intrecci fra molteplici gruppi e fedeltà multiple, rimpiazzando la ricchezza di una vita umana piena con una formula circoscritta che insiste sul fatto che ogni persona è «collocata» soltanto in un unico compartimento organico (Sen 2006)” .

Un altro modo per obiettare alle tesi identitarie è fare riferimento a quanto detto sulle reti sociali. Noi siamo chi conosciamo e chi conosceremo, quindi, la nostra identità non è statica, ma è in divenire.

Un’ultima obiezione viene dall’antropologia moderna. Numerosi antropologi, tra cui quelli della scuola di Manchester,33 sostengono che la cultura non sia mai stata di per sé statica e impermeabile ai fattori provenienti dall’esterno, ma anzi essa si evolva nel tempo e di continuo.

Il nostro tempo ha reso assai popolare l’idea di “interdipendenza”. L’uso corrente dei media l’ha quasi trasformata in sinonimo di globalizzazione economica e di turbolenza planetaria: stiamo toccando con mano come l’instabilità di un qualsiasi mercato finanziario o di un qualsiasi sistema socio-politico sia passibile, in un lasso di tempo quanto mai breve, di generare conseguenze macroscopiche su scala mondiale (Ceruti 2003)”.

Talvolta, “interdipendenza” diventa invece un termine che riassume gli orizzonti multiculturali della nostra era: le già citate migrazioni globali, l’ibridazione di codici e linguaggi che caratterizza interi settori culturali (musica, letteratura, arte, ecc…).

La nostra, dunque, è l’epoca in cui l’unità non comporta necessariamente l’omologazione, e in cui la diversificazione non comporta necessariamente un individualismo spinto. Il compito delle scuole e delle università diventa quello di valorizzare la varietà delle singole esperienze intessendo attorno ad esse e insieme ad esse un ricco tessuto di legami multipli.

I nuovi cittadini dovranno concepire l’importanza della cosidetta “governance globale” o“governo dellaglobalizzazione” prima che sia troppo tardi34.

Il sistema proposto dall’MFE ci sembra essere quello più sensato, efficiente e giusto in quanto permette, tramite vari livelli di governo orizzontali e coordinati da loro, di prendere decisioni comuni per i vari popoli, ma nel contempo salvaguarda la loro cultura che, in quanto unica, è patrimonio inestimabile dell’umanità.

Alcune Ong internazionali, data la loro dimensione globale, capiscono meglio l’attuale situazione e cercano di sfruttarla al meglio.

Il fatto che le stesse non abbiano una posizione chiara rispetto al tema della governance globale è dovuto ad impostazioni e standard di azione consolidati e a mission e vision specifiche su temi particolari. Es: diritti umani, ambiente, pace.

Queste Ong fanno appello principalmente, quindi, alla buona volontà delle persone e dei governanti.

Considerando quanto detto prima è chiaro che la buona volontà è un bene effimero un giorno c’è, il giorno dopo no.

Esiste comunque un “piano inclinato” 35su cui è possibile agire per far percepire a queste associazioni l’importanza della risoluzione del problema del governo della globalizzazione. L’unico problema è trovarlo e capire come porsi rispetto ad esso.

Ringraziamenti

Si ringraziano per i loro consigli e il loro supporto: Armento Marco, Botti Matteo, Belloni Nelson, Mezzadri Jonathan, Mori Francesca, Pattera Marisa, Pericu Francesco, Picano Roberta, Pigozzo Francesco, Rivello Marco, Terenziani Simone, Vannuccini Simone,Violi Francesco.

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1http://bhopalbus.com/

2http://www.amnesty.it/Dow_disastro_Bhopal.html

3http://it.wikipedia.org/wiki/Mano_invisibile

4http://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_autodeterminazione_dei_popoli

5http://it.wikipedia.org/wiki/Spazio_vitale

7http://www.lospaziodellapolitica.com/2009/04/network-power-alle-radici-della-globalizzazione/

8http://it.wikipedia.org/wiki/World_Social_Forum

9http://www.amnesty.it/elenco-appelli-firma-online.html

10http://www.avaaz.org/it/

11http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/10_maggio_19/facebook-gaggi_69944d3a-630e-11df-8b63-00144f02aabe.shtml

12http://www.lospaziodellapolitica.com/2010/01/keynes-la-globalizzazione-lindia/

13http://it.wikipedia.org/wiki/John_Maynard_Keynes

14Secondo Keynes l’economia si fonda sugli annunci e sulle aspettative molto più di quanto non crediamo: in effetti, più che logica, la complessa rete del sistema economico è psico-logica,quindi, se le economie sono correlate tra loro basta una piccola crisi per scatenare il contagio globale. Per questo servono istituzioni sovranazionali credibili. Si veda in merito il recente articolo di Simone Vannuccini: Sull’effetto di annuncio e sul New Deal europeo http://www.eurobul.it/Sull-effetto-di-annuncio-e-sul-New-Deal-europeo

15http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Bretton_Woods

16Si veda J.M. Keynes “Le conseguenze economiche della pace” disponibile in inglese qui: http://www.gutenberg.org/etext/15776

17Si veda la nota 15

18http://it.wikipedia.org/wiki/Accordo_TRIPs

19Per uno sguardo ulteriore ai problemi derivati dalla globalizzazione attuale si veda Stiglitz, J, (2006). La globalizzazione che funziona. Torino: Einaudi.

20In particolare qui Stiglitz fa riferimento alle piogge acide del Midwest che colpiscono il Canada. Fortunatamente esistono accordi bilaterali tra i due paesi per affrontare le esternalità ambientali transfrontaliere.

21http://it.wikipedia.org/wiki/Protocollo_di_Kyoto

22http://www.eurobull.it/Copenhagen-le-ragioni-di-un-insuccesso

23Si pensi alla cosiddetta teoria della decrescita: http://www.decrescitafelice.it/?p=66

24www.mfe.it

25http://it.wikipedia.org/wiki/Altiero_Spinelli

26http://www.altierospinelli.org/manifesto/manifesto_it.html

27Questa ipotesi è stata analizzata da Altiero Spinelli sia nel Manifesto di Ventotene sia nel testo “Gli Stati Uniti d’Europa e le varie tendenze politiche” disponibile qui: http://www.eurostudium.uniroma1.it/documenti/federalismo/federalismo4/presentazione.php

28http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_de_Gaulle

29http://it.wikipedia.org/wiki/Otto_von_Bismarck

30In questo caso è interessante osservare ciò che dice la “teoria della scelta pubblica”. http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_della_scelta_pubblica.

Secondo questa teoria a parte le elezioni, i referendum ed altri istituti di democrazia diretta, la maggioranza delle decisioni politiche sono prese da politici eletti a rappresentare i cittadini in assemblee legislative. Poiché le circoscrizioni che eleggono i parlamentari sono solitamente a base geografica, i rappresentanti hanno forti incentivi a sostenere programmi e politiche che danno vantaggi agli elettori della propria circoscrizione, anche a discapito dell’interesse generale. Mettete al posto delle circoscrizioni lo stato nazionale e al posto dello stato nazionale l’Europa, come è facile intuire la situazione in cui ci si trova è la medesima solo che ad un livello più alto.

31Si pensi all’influenza che hanno avuto le elezioni in NordReno Westfalia sull’atteggiamento della Merkel rispetto alla crisi greca: http://www.affaritaliani.it/politica/disfatta_merkel_elezioni_nordreno_westfalia100510.html

32Il film è disponibile in streaming qui: http://filmol.in/film-commedia/lappartamento-spagnolo/

33http://it.wikipedia.org/wiki/Scuola_di_Manchester_%28antropologia%29

34L’economista Dani Rodrik, grande esperto di globalizzazione, ha enunciato un suo “trilemma” relativamente a globalizzazione, democrazia e stati sovrani. Egli sostiene che nel 21esimo secolo e’ necessario rinunciare a una delle tre parti del trilemma e suggerisce che l’UE debba disfarsi del fardello degli stati nazionali per rimanere nel mercato globale e mantenere una struttura democratica http://www.project-syndicate.org/commentary/rodrik43/English.

35Termine usato dalla teoria federalista si veda Pistone, S.,Albertini, M., Il federalismo, la ragion di stato e la pace disponibile qui: http://www.istitutospinelli.org/component/docman/cat_view/12-ventotene-papers/15-italiano

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  1. […] 5Queste problematiche sono state trattate anche nel mio approfondimento sull’interdipendenza. […]



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