Crisi dell’euro e stereotipi vari

In questi anni di crisi dell’unione monetaria abbiamo visto un aumento esponenziale di una certa propaganda da parte di politici nazionali basata sugli stereotipi e i luoghi comuni delle loro genti rispetto agli altri popoli.

È molto triste constatare come nonostante l’aumento dell’istruzione generale degli ultimi decenni, l’Erasmus e il Trattato di Schengen certi pregiudizi siano duri a morire e possano  essere risvegliati così facilmente.

Dai greci e gli italiani che non lavorano e i tedeschi nazisti gli esempi sono numerosi. Certo, ogni stereotipo ha delle basi su cui appoggiarsi. Sarebbe falso affermare che alla maggioranza degli italiani la pasta e la pizza non piacciano, o che il calcio gli faccia schifo, ma fortunatamente la cultura italiana non si riduce a questo. Inoltre io non vorrei mai essere equiparato a certi personaggi italiani con cui non ho nulla in comune e immagino che sia lo stesso per una mia amica tedesca o spagnola.

Questi pregiudizi si basano di solito su luoghi comuni di lunga durata e su alcuni fatti passati come sottolineato nel recente articolo di Stefano Gatto sul rapporto tra italiani e spagnoli.

Inoltre anche piccoli fatti e particolari insignificanti riescono a scatenare le più fervide fantasie.

Il fatto che gli italiani pensino che i francesi siano “effeminati” probabilmente si deve anche alla pronuncia francese di alcune lettere, come la “u”, e alla posizione che la bocca deve assumere per dirle correttamente. Alla stessa maniera il modo in cui noi italiani pronunciamo la “s” di casa, almeno a detta del mio ex-prof di cultura spagnola, susciterebbe la stessa percezione.

Così scriveva  Thomas Paine in“The Last Crisis”:

“C’è qualcosa di estremamente curioso nel modo d’essere e d’agire del pregiudizio. Esso ha la singolare abilità di adattarsi a tutte le menti umane. Alcune passioni e vizi sono poco diffusi tra l’umanità, e solo qua e là trovano accoglienza e rifugio. Ma il pregiudizio, come il ragno, alberga ovunque. Non predilige luoghi particolari, ha solo bisogno di spazio. Non ci sono situazioni, eccetto il fuoco e l’acqua, in cui un ragno non sopravvive. Perciò bisogna mantenere la mente libera come le pareti di una abitazione vuota ed abbandonata, buia come una cella, ma adorna di tutte le abilità del pensiero. Che faccia caldo o freddo, che ci sia buio o luce, in luoghi solitari o abitati, il pregiudizio, se indisturbato, tesserà la sua ragnatela, e vivrà come un ragno dove ciò sembrerebbe impossibile. Se qualcuno gli preparerà del cibo adattandolo al suo palato ed al suo gusto, qualcun altro farà lo stesso, e come possiamo dire che deriviamo molte passioni dal mondo animale, così possiamo definire il pregiudizio il ragno della mente”[1].

Esiste inoltre un’altra forma di pregiudizio che si basa sull’esperienza. Un episodio o un evento spiacevole connesso ad un determinato gruppo fa scattare nelle masse una generalizzazione istantanea che non ha senso di esistere.

È interessante citare in questo senso lo studio di Arrow sulla discriminazione statistica nel mercato del lavoro:

“La discriminazione è dovuta alla presenza di asimmetria informativa e al costo delle informazioni. I datori di lavoro non conoscono la produttività di ciascun individuo ed usano il genere, razza, età come indicatore delle caratteristiche medie degli individui”[2].

L’educazione sia familiare, sia scolastica, ma anche la cosiddetta educazione non formale (es: volontariato) possono aiutare  almeno ad essere consapevoli di avere dei pregiudizi e, quindi, a relativizzarne l’importanza nel prendere le decisioni.

Ad esempio l’anno scorso a Marsiglia, un gruppo di magrebini mi ha rubato la macchina fotografica su un autobus eppure non ho mai pensato di ampliare il giudizio negativo che avevo verso quei ladri all’intera popolazione algerina, tunisina o marocchina.

Questo non significa che io non abbia pregiudizi come tutti, ma che l’educazione (intesa in senso largo) che ho ricevuto mi ha donato dei buoni “anticorpi”.

Nonostante la mia esperienza individuale (che non farà testo, ma qualche speranza la darà pure!) va detto che la scuola, che pure avrebbe dovuto svolgere un ruolo di protezione a questi meccanismi mentali atavici, ha per il momento fallito.

Siamo ancora lontani dall’ideale pedagogico kantiano:

«I giovani non debbono venir educati conformemente allo stato presente della specie umana, ma per uno stato migliore possibile nell’avvenire secondo l’idea dell’umanità e della sua destinazione… I genitori pensano alla casa, i principi allo Stato; gli uni e gli altri non hanno per fine ultimo il bene universale e la perfezione a cui l’umanità è destinata e per cui ha disposizione. Il disegno di un piano educativo deve diventare cosmopolita»[3]

La responsabilità dei governi europei nazionali di avere trascurato di curare in modo efficace una cultura della tolleranza rispetto alle differenze, ma anzi di aver cavalcato certi luoghi comuni per tornaconti elettorali, è molto grave e sotto gli occhi di tutti.

Va detto che anche alcuni mass-media europei durante l’attuale crisi, si sono dati molto da fare nel peggiorare la situazione[4]. Già all’inizio della crisi dell’euro si potevano vederne gli effetti[5].

L’individualismo spinto della nostra epoca ha fatto il resto e la solidarietà europea, almeno per il momento, deve ancora arrivare.

Un’altra cosa che mi lascia molto amareggiato è che anche in un mondo dove le informazioni viaggiano veloci e la pluralità di voci è impressionante ci si faccia raggirare da stereotipi ridicoli che potrebbero facilmente essere smentiti con un click.

Qualcuno potrebbe dire che in realtà la gente non vuole essere informata, ma vuole sentirsi dire quello che gli piace. Se fosse vero, cosa di cui io non sono convinto, basterebbe avere leaders capaci di dire le cose come stanno, ma qui mi rendo conto di ululare alla luna!

Resta il fatto che in un mondo così interdipendente, e in un’Europa ancor più interdipendente, qualsiasi veduta nazionale basata su pregiudizi ottocenteschi è corta e miope e, sopratutto perdente.

Questo vale per la crisi dell’euro, come per altre questioni (inquinamento, lotta alle organizzazioni criminali, problema dei paradisi fiscali, ecc…).

La mia speranza è che per quanto possano essere forti i pregiudizi, l’istinto di sopravvivenza degli stati e dei popoli europei sia più forte.

In ogni caso la via per un’educazione cosmopolita in senso kantiano dovrà prima o poi essere intrapresa.

Luca Alfieri

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