La più facile delle riforme

Che l’Unione Europea vada sostanzialmente riformata è ormai un dato di fatto. Unione Bancaria, Eurobonds, Ministro Unico delle finanze, Bilancio federale, tutte queste misure proposte per risolvere la crisi necessitano una riforma dei trattati. Il problema è che riformare il trattato di Lisbona è un processo veramente da incubo.  Prima di tutto, è necessario ottenere l’unanimità dei 27 (presto 28) stati membri, anche se le misure dovessero riguardare solo l’Eurozona. In secondo luogo, è necessario passare al processo di ratificazione nazionale, che –in caso di rafforzamento della democrazia sopranazionale- dovrà avvenire attraverso un cambiamento della Costituzione sia in Germania che in Francia (e ricordiamoci che qui il Front National ha preso quasi il 20% alle Presidenziali). Numerosi referendum saranno tenuti nei paesi membri, il cui esito è tutt’altro che sicuro. Inoltre, sarà necessario probabilmente convocare una Convenzione Europea che rappresenti politica e società civile, e lasciarla lavorare per anni prima di iniziare l’intero processo descritto sopra.

Insomma, sarà difficile che l’impianto costituzionale dell’Unione Europea cambi prima della fine del decennio. Considerato che la crisi economica non avrà una vera soluzione prima della costruzione di una reale democrazia europea, questo non è un dato confortante.

Paradossalmente, quindi, la più facile di tutte le riforme è quella politica. L’articolo 17 (7) del Trattato sull’Unione Europea prevede infatti che il Consiglio Europeo proponga un presidente della Commissione, seguendo il risultato delle elezioni europee;  tale presidente deve poi essere eletto dal Parlamento Europeo appena formatosi.

In altre parole, il Trattato di Lisbona già lascia aperta la possibilità di elezione diretta del Presidente della Commissione: la coalizione vincente le elezioni può, se lo desidera, imporre un proprio candidato come presidente della Commissione.  Da questa prospettiva, nulla distingue il sistema europeo da un qualsiasi sistema di democrazia parlamentare: gli schieramenti competono con un candidato e poi il parlamento eletto sceglie il presidente/primo ministro. Potenzialmente, è già così.

Quello che manca è la politica. Non c’è un accordo tra partiti di coalizione per proporre un candidato; non c’è una campagna elettorale; non c’è competizione. Nell’attesa di riformare i trattati, quindi si dovrà prima di tutto  convincere i partiti europei a presentare, alle prossime elezioni europee nel 2014, due candidati ben distinti e alternativi: ovvero creare finalmente una dialettica politica europea. Davanti a una vera competizione, i cittadini europei ritorneranno a votare sapendo che –per la prima volta- il loro voto influenzerà in maniera determinante il processo politico dell’Unione. Un presidente della Commissione eletto in questo modo, pur non avendo nuovi poteri, godrebbe di un’enorme legittimità e sarebbe vincolato al Parlamento Europeo per tutte le sue decisioni; i cittadini europei, avendo contribuito alla sua elezione, inizierebbero finalmente a prestare molta attenzione all’Europa; sarebbe il primo passo di una vera Unione Politica.

La più facile di tutte le riforme, la sola che non richieda una riforma dei Trattati, che non richieda nuove leggi europee o nazionali, ma solo un chiaro, esplicito accordo politico all’interno delle famiglie politiche europee. Che speriamo arrivi presto: il 2014 è vicino e siamo tutti stufi della crisi.

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