La cittadinanza: diritto o “fine”? Spunti dal passato

Il dibattito

Recentemente il pubblico italiano, specialmente sui social networks, si è nuovamente interessato alla questione dell’assegnazione della cittadinanza a chi – in un modo o nell’altro-  è entrato a far parte di una comunità “nazionale” ad esempio vivendo o lavorando in un certo Paese. Sono stati riesumati termini quali lo Ius Soli o lo Ius sanguinis, siamo stati nuovamente assaliti da ondate di pseudo-nazionalismi (illuminanti in questo senso slogan come “L’Italia agli Italiani!” o “Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve” con a seguire un ritratto di anonimo pellerossa delle Grandi Pianure) e campanilismi vari.
Il dibattito assume una rilevanza poi ancora maggiore in relazione allo scenario Europeo: chi è il cittadino europeo, e in che forme dovrebbe poter partecipare alla vita politica? Esiste un popolo europeo? Dobbiamo andare verso una democrazia europea o verso un coordinamento di democrazie nazionali?

Vorremmo quindi riflettere sulla natura stessa del concetto di cittadinanza, e soprattutto sui valori che “l’essere cittadino” comporta: non tanto per modificare lo status quo vigente in ciascun singolo Paese europeo, quanto per migliorare e perfezionare l’idea “comunitaria” europea di cittadinanza, tuttora in fieri.  Soprattutto alla luce di potenziali accoglienze di paesi la cui natura europea e’ controversa – la Turchia, ad esempio, il cui processo d’adesione alla UE è in corso e genera più di un disappunto.

A nostro avviso è doveroso chiedersi: la cittadinanza è un diritto che spetta a tutti, indipendentemente dai meriti, o è qualcosa (ovviamente a cui tutti possono aspirare) che il singolo deve conquistare e mantenere grazie al suo impegno, ai suoi sforzi e ai suoi sacrifici? O le due cose possono coesistere?

L’antichità

Se consideriamo i sistemi territoriali “complessi” dell’antichità (cioè quelli che più si avvicinano al potenziale sistema politico/economico/sociale Unione Europea senza avere al proprio interno una compagine culturalmente ed etnicamente omogenea), molto spesso il diritto di cittadinanza era ristretto a gruppi di persone che rispondevano a certi requisiti, non solo e non sempre sulla base di origine, luogo di nascita, cittadinanza dei genitori.

Esempi concreti, anche se piuttosto esasperati, da cui attingere alcune linee guida possono essere i criteri per l’assegnazione della cittadinanza nella Sparta e nell’Atene classiche, oppure, a parte, il sistema romano: a Sparta i cittadini che godevano di pieni diritti erano i soli membri del ceto degli Spartiati  – detti anche homòioi, gli Uguali – (criterio sociale ed etnico), i quali però erano tenuti a corrispondere periodicamente al governo una certa cifra (criterio economico: potremmo paragonarla alle nostre tasse/contributi); in caso di mancata corrispondenza di questa cifra lo Spartiate e la sua famiglia passavano dall’essere parte della casta degli Uguali all’essere cittadini di “serie B”, alla stregua dei periòikoi, privi ovvero di qualsivoglia diritto di partecipazione alla vita politica di Sparta ma facenti comunque parte della comunità lacedemone (non erano quindi ancora al livello né stranieri, né schiavi). Spartiati e Perieci erano poi tenuti a prendere parte alle campagne militari di Sparta in qualità di opliti.

Come opliti combattevano anche i cittadini della democratica Atene: l’essere in grado di sostenere le spese della panoplia da oplita era criterio fondamentale per distinguere i cittadini che godevano di pieni diritti (e che potevano virtualmente accedere a tutte le cariche politiche) e gli altri strati sociali, ovvero teti, meteci, schiavi (criterio quindi economico/sociale). Inoltre i cittadini ateniesi erano tenuti a partecipare attivamente alla vita politica; il nostro idiota deriva dalla parola greca idiòtes, che designava (negativamente: questa accezione si è trasmessa anche al termine italiano) chi, pur godendo della cittadinanza, non prendeva parte attiva alla politica della città attica.

La Cittadinanza Romana

Nella Roma repubblicana l’essere cittadino rimase un privilegio riservato a relativamente pochi individui, ma tutti i diversi tipi “scalari” di cittadinanza risultarono molto più accessibili, grazie a criteri di assegnamento molto spesso puramente meritocratici; già nelle prime fasi, alle gentes più antiche originarie di Roma se ne affiancarono altre, come la gens Valeria (originaria, pare, della Sabina) provenienti da altre città appartenenti alla sfera (sempre più ampia) d’influenza dell’Urbe, e inseritesi in essa grazie alla presenza in loco di propri membri assurti a posizioni politiche o militari di rilievo (seguendo un percorso “formativo” che diventerà poi il canonico cursus honorum); l’aspetto incredibilmente innovativo di questo sistema è che Roma, prima ancora di diventare il centro politico nevralgico dell’intero bacino del Mediterraneo, era già da secoli il luogo che calamitava le élites, intellettuali e non solo, delle comunità venute a contatto con il suo modello politico e sociale; era lì che si dirigevano tutti i “cervelli in fuga” dell’Italia antica, dall’Appennino Tosco-Emiliano in giù, certi non tanto di rivestire un ruolo di rilievo assicurato nell’esercito o nell’amministrazione, quanto di avere la possibilità di ottenerlo concorrendo con gli autoctoni ad armi pressoché pari.

Purtroppo la situazione sembrò almeno parzialmente involversi a partire dall’inizio del II secolo a. C., quando Roma acquisì sempre più territori abitati da popolazioni ancora “barbare” (specie se confrontate con i ben più sofisticati abitanti degli ex domini ellenistici), per cui venne a crearsi una sorta di divario tra le possibilità di chi proveniva da “zone civilizzate” – come la Grecia – e chi da zone “meno civilizzate” – come le province spagnole – , che andò a sommarsi più tardi ad altri malumori (soprattutto dei socii, gli alleati storici di Roma sul suolo italico, e dei populares, la fazione dei meno abbienti – e di chi tra la nobiltà li sosteneva – all’interno di Roma); entrambi questi fattori portarono ad una sostanziale (anche se temporanea) chiusura dei ceti al potere dell’Urbe nei confronti degli aspiranti alla cittadinanza (o anche solo a maggiori diritti), i quali scesero addirittura in campo, andando incontro alla disfatta, per ottenere con le armi ciò che ritenevano spettasse loro di diritto (Bellum Sociale, I sec. a. C.).

E tuttavia, nonostante momenti “bui”, l’apertura di Roma nei confronti di chi, pur provenendo dalle province, fosse desideroso di mettersi in gioco sfruttando le proprie capacità e dimostrando il proprio valore, rimase pressoché  invariata fino al 212-213 d. C., quando l’imperatore Caracalla estese la cittadinanza romana alla maggior parte degli abitanti dell’Impero romano; nel paragrafo precedente si è accennato al divario tra province civilizzate e non: due secoli dopo il Bellum Sociale, nel I sec. d. C., dalla Spagna ormai completamente romanizzata (culturalmente parlando) provennero persino degli imperatori, tra l’altro annoverati quasi unanimemente già dalle fonti antiche tra i migliori che l’Impero romano abbia mai avuto; lo stesso Caracalla, appartenente alla dinastia dei Severi, aveva origini africane e non italiche.

Per concludere l’analisi storica: laddove i criteri, ripeto,  rigidi ed esasperati, adottati da Spartani e Ateniesi si rivelarono parzialmente fallimentari sul medio e lungo periodo, il modello meritocratico romano si dimostrò decisamente più efficace e alimentò per lungo tempo con continua “nuova linfa” la vitalità politica, culturale ed economica prima della Repubblica, poi dell’Impero, riuscendo ad amalgamare innumerevoli popolazioni differenti per lingua, costumi, cultura, credo religioso, nonostante ovvie opposizioni di carattere razzista e classista da parte dei ceti storicamente da sempre privilegiati (specialmente la vecchia nobiltà romana, la cui “fortezza” politica fu sempre il Senato), che, fatto degno di nota, solo sporadicamente riuscì a frenare (e mai fermare definitivamente) questa pulsione verso l’integrazione e la premiazione dei meriti del singolo, al di là della sua origine economica, sociale, culturale.

la lezione per l’Europa

Questa veloce carrellata del concetto di cittadinanza dell’antichità non è fine a se stessa e presenta enormi implicazioni per l’Europa contemporanea. Il Vecchio Continente, oggi, è senza dubbio un sistema territoriale e demografico complesso, i cui deboli legami identitari tra comunità hanno portato diversi teorici a presentare la famosa “no demos assumption”: in pratica, alcuna democrazia sovranazionale è possibile in Europa, non essendoci un demos di riferimento.  Si può uscire da questo paradosso solo adottando un approccio legalistico: è la Costituzione che crea il demos, perché la Costituzione rappresenta le “regole del gioco” politico, il patto fondante di una comunità politica. Non c’è demos senza un atto costitutivo.
Questo però non è sufficiente. La lezione proveniente dalla classicità ci dice che non c’è equivalenza ex ante tra identità politica ed etnica, e cittadinanza. Nelle realtà territoriali complesse, la cittadinanza comune è un diritto che va attivato, che si conquista non per nascita, ma per attivo interesse nella gestione della cosa pubblica. In attesa di una reale Costituzione Europea che fondi i legami di un demos comune l’unica cittadinanza Europea possibile è quella attiva: Cittadini Europei lo si diventa, non lo si nasce.

Pietro Perazzi,
con un contributo di Francesco Nicoli

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Comments
6 Responses to “La cittadinanza: diritto o “fine”? Spunti dal passato”
  1. Cesare A. Bellentani ha detto:

    Ciao Pietro, mi complimento con l’analisi accurata. Vorrei fare due piccole osservazioni: il concetto di assimilazione di popoli è già stato sperimentato con successo da due dei massimi imperi contemporanei, quello inglese e quello americano.
    La lezione fondamentale che dobbiamo trarre (e qui nasce la seconda osservazione) è che pochi tengono presenti i concetti di civiltà e di cultura. Mi spiego meglio: moltissimi sono pronti (generando una reazione scandalizzata in altrettanti) a un rispetto che ha spesso il sapore di ossequio per la cultura degli immigrati, confondendo questa con la civiltà. La civiltà è, a mio parere, quell’insieme di norme condivise e consolidate che ti rendono civis (p.e. non andare in giro con il volto coperto); la cultura è un retaggio che porti con te, le tue tradizioni famigliari, che effettivamente possono portare arricchimento alla società di destinazione (la pizza ha certamente arricchito la Germania). Pertanto, banalizzando, una donna che veste un variopinto e meraviglioso abito africano, piuttosto che un chador, porta elementi della propria cultura senza calpestare la nostra civiltà (melting pot). Una donna che porta il burqa reca con sè elementi della propria cultura capestando una regola della nostra civiltà (non girare senza farsi riconoscere).
    Scusa la banalità dell’esempio, molto terra terra: credo che sia applicabile a tanti casi, e che aiuterebbe a una più rapida ed efficace integrazione. Se voglio diventare cittadino europeo non mi viene chiesto di rinunciare alla mia cultura, ma è indispensabile che io condivida le regole della civiltà europea.
    Se saremo in grado di compredere questo semplice concetto, a mio parere, fra duecento anni gli europei potrebbero anche avere occhi a mandorla e pelle scura, ma esisterà ancora la nostra civiltà: viceversa la nostra civiltà è destinata a essere soppiantata da un’altra, e valori nati dal sangue di tanti figli dell’Europa (l’aver cancellato tortura, pena dei morte e tante piccole e grandi storture presenti in paesi che non pongono l’uomo al centro di tutto, ma lo vedono come una piccola cellula di un grande organismo) sono destinati a perire.
    Cesare

    • ilpirus ha detto:

      Ciao Cesare, grazie per l’apprezzamento. Per quanto riguarda le osservazioni che hai mosso, posso dire che:
      1) Per quanto mi riguarda sono fermamente convinto che il “sistema” Europa attuale abbia maggiori punti di contatto con il “sistema Europa” (passami la forzatura) d’epoca antica che non cogli USA o con l’ex Impero Britannico; in particolare non trovo calzante il paragone con gli USA, perchè sin dalla loro formazione hanno avuto una notevole omogeneità culturale, etnica , religiosa; per quanto provenienti da tutta l’Europa, i primi coloni nordamericani appartenevano al mondo centro/nordeuropeo: se escludiamo i Francesi – che almeno dal punto di vista religioso erano un caso a parte – si trattava Olandesi, Tedeschi, Inglesi; e se è pur vero che una volta che questi ultimi si sono imposti come “etnia dominante” non hanno più di tanto discriminato le minoranze olandesi, tedesche, ecc. (io credo sia dovuto al fatto che ci fu quasi da subito una sorta di “sintonia” dovuta alle basi comuni nominate sopra), situazioni ben peggiori han dovuto sopportare le comunità di nativi, gli schiavi africani, gli Irlandesi, gli immigrati sudeuropei (inclusi noi italiani). Io quindi non considererei gli Stati Uniti come un modello riuscito d’integrazione, ma piuttosto come un modello ancora in evoluzione (e con ancora molta strada da fare); specialmente nei confronti dei “sistemi” Res Publica e, più tardi, Impero Romano, in cui il processo di integrazione delle popolazioni presenti è stato a mio avviso decisamente più rapido, efficace e “indolore” – senza riportare come esempio gli imperatori adottivi o i Severi, basta pensare al fatto che ogni città avesse la propria Curia, i cui rappresentanti potessero impetrare richieste a Roma con speranze di successo, ecc. Negli USA il primo e forse unico rappresentante governativo dei Pellerossa che fosse lui stesso un nativo fu scelto al termine della Guerra di Secessione (Eli S. Parker/Donehogawa) e una volta terminato il suo mandato venne dimenticato e morì in povertà. Analoghi o comunque simili ragionamenti si possono fare sull’Impero Britannico.
      2) A questa seconda osservazione posso solo rispondere che in linea teorica è condivisibile, a patto che quel che tu dici sia “regolato” dal sempre attuale concetto de “in medio stat virtus”: il problema fondamentale (che già tu abbozzi nel tuo post) resta lo stabilire la giusta linea di demarcazione tra “ossequio” e rispetto (ovviamente reciproco, aggiungerei) delle molteplici realtà culturali che già caratterizzano i singoli stati europei e che sicuramente andranno a caratterizzare a maggior ragione un futuro “sistema Europa”: una volta raggiunto un equilibrio tra diritti culturali e doveri civici sono convinto che l’accettazione delle regole necessaria per diventare a tutti gli effetti “civis” europeo (o di qualunque altro sistema nazionale o sovranazionale) risulterà facile a tutti.
      Pietro

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